Nomi, luoghi, frammenti di storie
05/08/2006

Due anni e più di blog. Decine di storie, raccontante alla rete, agli occhi dei passanti, ai cuori di chi ha avuto tempo per fermarsi tra le mie righe. Ora hanno il loro posto, questo. Buona lettura.

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07/08/2006

Rose

 

Fermati! Lascia pure che il cuore palpiti e poi acceleri forsennato ma resta lì, ferma, immobile, il sedere a terra, le spalle al muro, le braccia strette a cingere le gambe, la testa ben nascosta tra le ginocchia. Lui è qui, da qualche parte, lo senti vero, Rose? Lo senti? Si, tu avverti chiara la sua presenza, ed i suoi passi lontani ti giungono nitidi adesso, un avvicinamento costante, minaccioso e inarrestabile. Tu però fermati lì, non muoverti, non parlare, non sollevare il capo. È così che ti vuole, Rose. Così. Rallenta il respiro ma non trattenerlo, altrimenti nutrirai l’ansia. Brava, così, ora non si vede neanche più il timido movimento delle spalle. Brava. Resta così Rose, resta così, e aspetta. Aspetta che arrivi il momento. Aspetta che arrivi. Aspetta.

 

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Sta tremando adesso, Rose, di una paura lucida e ostinata, che scivola imprevista nell’eccitazione. Non sa spiegarne il motivo, Rose, non sa dire il perché di quel calore intenso tra le gambe, che si confonde con la morsa gelida che le prende il cuore a tenaglia e stringe forte, senza pietà. Non si muove però, Rose, non alza la testa, non guarda, non pensa. Ascolta solo, tesa e raccolta, l’orecchio attaccato a quei passi pesanti, uniformi, lugubri, sempre più vicini, sempre più grevi, sempre più carichi di oscuri presagi, d’immagini sfuocate, in bianco e nero, che raccontano di corde e di lividi intorno ai polsi, e di vaghe ipotesi di piacere, immerso e disciolto nel più intenso dei dolori. Ecco che quel rumore, arrivato tanto vicino da sembrarle interiore, improvvisamente cessa. Il silenzio scende, arrogante, ad accarezzarle i capelli, un silenzio che sembra gridare una pietà che esso stesso nega.

La mano che le sfiora il viso è calda, e lo sembra ancor di più, a contatto con le sue guance fredde. Un rumore secco, ed il moschettone scatta fulmineo, agganciandosi al collare di pelle che Rose indossa da sempre. È il primo gesto di possesso, il primo atto di appropriazione. Poi c’è il primo movimento, il primo tiro, che è dolce come un invito cortese, una gentile richiesta di alzarsi, per Rose, che però non si muove. Allora arriva lo strattone forte, carico d’ira, che tende la catena al limite e la scaraventa a terra, la faccia sul selciato e i capelli sparsi e disordinati come quelli di una bambola di pezza gettata via. Lo stivale che le schiaccia la mano precede di poco l’ordine di alzarsi, ma la voce maschile che lo pronuncia, per quanto dura, tradisce intarsi di un curioso concetto di amore. Un amore diverso, che solo a loro appartiene e che nessuno può comprendere, in cui nessuno può entrare o interferire.

Si alza Rose, e sebbene malferma per il troppo tempo trascorso rannicchiata a terra, non lascia sfuggire alle sue labbra nemmeno un gemito. Labbra rosse, carnose, labbra che sembrano pronte a dischiudere un Paradiso che ha rubato il meglio all’Inferno. Rose segue l’uomo senza alzare mai la testa, senza chiedere né indugiare. La catena ora è morbida, non forza più, anzi mostra una parabola dolce che quasi sfiora la strada, come se fossero entrambi d’accordo sul percorso da seguire.

Neanche giungere nella stanza dove lui la conduce invoglia Rose a sollevare il capo, neanche in quel momento apre gli occhi per vedere, per capire. E neppure quando la introduce nella gabbia preparata per lei, neppure quando chiude la porta lasciandola sola e imprigionata. Neanche allora si concede uno sguardo o una parola, Rose. Sembra troppo prigioniera del suo mondo perché un’altra gabbia faccia differenza. O paura. Come costruire un altro muro di cinta dentro una prigione. Non aggiunge ne toglie nulla, se sei prigioniera dentro.

Rose non si sente più prigioniera, e seppure lo fosse, non certo di quell’effimera gabbia. Lo è stata, piuttosto, un tempo non troppo lontano. Almeno fino a quando non ha spezzato le catene per accettarne altre, le sue. Poi lui torna e lei, docile, si lascia bendare, pure se non ce n’è bisogno. Lui le scosta i capelli per ammirare finalmente quel volto etereo, di purissima madreperla, pelle morbida e lucida, un pallore che non è frutto di paura o disagio, piuttosto simbolo d’infinita purezza. Con un dito segue il profilo del suo volto, ridisegnandola con tenera sensualità, finché giunge alle labbra e allora indugia, prima carezzandole, poi sfregandole con forza, come a volerle cancellare, infine forzando la serratura dei denti per andare giù, oltre la lingua e fino alla gola. Fino a far male.

Rose, il volto proteso verso l’alto, il collo piegato indietro, attende mansueta che tutto accada. Non c’è umiliazione, in lei, l’umiliazione l’ha vissuta nell’ipocrisia di negarsi a sé stessa, non ora, abbandonata finalmente ai suoi desideri. Rose questo lo sa, e lo accetta felice, come accetta sé stessa e il suo essere unica, preziosa e perversa. Ora lenzuolo su cui stendersi, ora feticcio da adorare. Una scia luminosa che taglia a metà un cielo fatto di notti interminabili e di menti buie, offuscate dai desideri repressi. È luce oggi, Rose, un raggio di pura vita.

Lui avvicina il sesso alle sue labbra e loro, fragili, si lasciano penetrare seguendo i dettami lucidi della sua voce e quelli taciti e impellenti della sua carne. Lui vibra estatico e lei lo asseconda, mentre il calore, giù, nell’intimo, si propaga rapido per tutto il corpo e accende luoghi segreti e appartati, come pure le guance esposte, che si colorano di un rosso sanguigno, fatto di desideri giunti a compimento e sul punto di essere saziati. Lei lascia che tutto accada ma non lo subisce, attendendo l’ultima stilla del suo piacere, bensì ne è artefice e beneficiaria. È terra fertile che si apre per ricevere la pioggia della vita. È la pianta che dona i suoi rami più saldi ad occhi appena accesi.

Quando infine lui se ne va, silenzioso così com’è arrivato, Rose resta lì, per terra, sdraiata su un fianco, lacera ma appagata, più di quanto avrebbe potuto lei stessa e il suo corpo. Scivola, dentro di lei, il sapore dolciastro dell’amore appena amato, e insieme il respiro lento e regolare di un’anima paga, limpida, che nulla può più nascondere a sé stessa. Lentamente si alza, con le labbra che disegnano un sorriso d’infinita dolcezza e a fatica si trascina, aggrappandosi alle sbarre, per raggiungere lo scomodo giaciglio che le è stato concesso per la notte. Da una sbarra all’altra raggiunge la porta, ed il peso del suo corpo, benché lieve, basta per aprirla. Perché la porta non è chiusa a chiave, e non ci sono lucchetti né catene. Osserva stupita quel varco, Rose, misurando idealmente lo spazio che la separa dalla libertà, e che niente e nessuno, ora, le ostacola. Le basta un attimo per capire, meno ancora per decidere, che è davvero la libertà ciò che vuole, la libertà ciò che invoca e pretende. Libertà di essere come realmente è, di viversi completamente e fino in fondo. Richiude la porta, Rose, e lentamente raggiunge il suo giaciglio. È lì che dormirà stanotte, Rose, aspettando che lui, l’amore, venga a svegliarla. Per amarla. E amarla. E amarla. Tutte le volte che ne avrà voglia.

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07/08/2006

Veronique

La sensibilità, un bene prezioso. Mai avrebbe immaginato potesse esserle così utile, quel dono, quando iniziò il mestiere. Credeva fossero altre, le qualità necessarie, o almeno così le aveva lasciato intendere Monia, l’amica che l’aveva istruita e introdotta nel giro, allettandola con il miraggio dei facili guadagni e della bella vita. Doriana le aveva creduto e così, preparate in fretta una valigia e una buona scusa, aveva lasciato la casa paterna al paese per raggiungere Monia e la grande città, inventandosi un nome nuovo e un mestiere che non si può dire in giro.

Monia, però, aveva ragione, e Doriana ottenne ben presto soldi a sufficienza per vivere bene, insieme alla possibilità d’inviare un cospicuo assegno mensile alla lontana famiglia che, ignara di tutto, raccontava orgogliosa di quella figlia salita al nord e prossima a diventare un insigne avvocato.

Non le doleva il cuore, per questo, aveva imparato presto a convivere con i sensi di colpa e a dimenticarli in fretta. Le bastava gettare lo sguardo sugli estratti conto e sulle distinte di versamento per sentirsi subito meglio. Erano terapeutiche e ad effetto immediato.

Monia le aveva spiegato che quel lavoro, come tutti gli altri, aveva la sua scala di valori. Puttane ce n’erano tante ma non erano tutte uguali. C’erano le straniere, vere schiave clandestine, che venivano gettate in strada come spazzatura, private del passaporto e del diritto di vivere. C’erano quelle che lavoravano nei bordelli travestiti da saloni di bellezza, pagando la tangente alla tenutaria. C’erano quelle che frequentavano i salotti alla moda, e si agganciavano al potente di turno, spremendolo finché potevano. Loro due, invece, lavoravano in proprio. Un appartamento in affitto, una buona pubblicità, il resto era venuto da solo. La loro bellezza, unita all’eleganza, ne faceva due ragazze molto apprezzate e ricercate, e tutto quello che Monia le aveva anticipato era puntualmente accaduto.

Bastavano un paio di buoni appuntamenti al giorno per garantirsi un tenore di vita notevole, senza considerare che a volte, dato il livello dei loro clienti, capitava di affrontare interi week end di lavoro, magari in barca o all’estero, al fianco di uomini che non badavano certo a spese, quando si trattava di svago.

In tutto ciò c’era qualcosa che l’aveva stupita più di tutto. Si era accorta ben presto che non era solo un corpo dentro cui sfogare certe voglie, ciò che cercavano questi uomini. La maggior parte del tempo Veronique, così si faceva chiamare Doriana, lo trascorreva ad ascoltare.

Quello che mancava, a quegli uomini, non era scopare, era parlare. Parlare con qualcuno che potesse ascoltare, in silenzio e con attenzione, ciò che avevano dentro. Raccontarsi a qualcuno che poi non l’avrebbe riferito a nessuno, o almeno a nessuno che facesse parte della loro vita.

Veronique sapeva ascoltare, non solo, ma sapeva comprendere e dialogare. Per questo era diventata molto richiesta. Si sa che la migliore pubblicità è il passaparola e le capitava sempre più spesso di essere chiamata da amici dei suoi clienti, cui era stata raccomandata.

Per quanto potesse sembrare strano, Veronique era orgogliosa di questo. Nonostante il suo lavoro primario fosse la mercificazione del corpo, si accorgeva di come fosse sempre più elevata la richiesta di altre prestazioni, di altre doti. Non era più l’abilità nel pompino, o la disponibilità al sesso anale, a farne una prostituta tanto ricercata. Era lei, la sua personalità, il suo carattere, la sua capacità di trasmettere comprensione.

Veronique, davanti allo specchio, sistemò con cura i capelli sorridendo serena, e quando Giuseppe entrò la trovò così, la spazzola ancora in mano, il sorriso ad illuminarle il volto pulito, segnato solo da rossetto e rimmel.

-Sei così bella, quando sorridi- disse lui con trasporto sincero.

-Grazie, ma la serenità farebbe bella chiunque- rispose lei, voltandosi.

Lui le prese le mani e le sfiorò le guance con un bacio.

-Vuoi il letto o il terrazzo?- chiese Veronique con un sorriso dolce e malizioso.

-Il terrazzo- rispose lui – e magari anche un caffé, da prendere insieme a te.

Veronique sorrise di nuovo, poi s’allontanò per chiedere a Laura, la domestica, di servirle due caffé in terrazza.

Giuseppe era già fuori, seduto sui morbidi cuscini della poltroncina di bambù, e aveva posato sul tavolo tutto il suo moderno armamentario, dal cellulare alle chiavi della fuoriserie, al palmare, ai sigari d’importazione.

-Mi chiedo se potresti vivere senza- domandò Veronique sedendosi e alludendo agli oggetti.

-Non prendermi in giro.- sorrise amaramente lui – Tu in realtà pensi come faccio a vivere nonostante questa roba.

La sensibilità di Doriana ebbe la meglio su Veronique.

- Cos’hai Giuseppe? Problemi di lavoro? Qualche affare andato storto?-

- No Veronique, certe stupidaggini non mi toccano più. Non da quando ti conosco, almeno. Sono problemi d’altra natura. Ti direi di cuore, se fossi certo che tu pensassi ne abbia uno.

-Ti sei innamorato Giuseppe?- chiese Veronique con enfasi, come se da quella risposta dipendesse la sua vita, anche se non era così.

Certo, avrebbe potuto rispondere in altri modi. Avrebbe potuto ridere di lui, come avrebbe fatto chiunque altro, davanti ad un uomo di successo che definisce stupidaggine un affare andato storto e un problema serio l’essere innamorato. O avrebbe potuto accusare l’ipocrisia di chi, pieno di soldi, poteva permettersi di ragionare in quel modo. Chiunque altro ma non lei, ed era questo, in particolare, a renderla diversa e unica. Veronique capiva che quello, per Giuseppe, era un dramma e tanto le bastava per considerarlo tale a sua volta. Era di lui che si parlava, e se per lui era un dramma lo era anche per lei.

-Si Veronique, sono innamorato- confessò Giuseppe aspirando dal sigaro e guardando oltre le piante che adornavano il terrazzo, lasciando che lo sguardo si perdesse sui tetti grigi della città nuova.

-Però sai anche che non lascerai mai la tua famiglia, vero?- disse lei per riportarlo alla realtà.

-Non ne sono più così sicuro- disse lui, ma senza decisione.

Laura, ringraziata da entrambi, servì il caffé e poi scomparve. Veronique prese la tazzina tra le mani tenendola davanti alla bocca e aspirando ad occhi chiusi quell’intenso profumo. Giuseppe invece aggiunse rapidamente un paio di cucchiaini di zucchero grezzo e mescolò accompagnato dal tintinnio del metallo sulla ceramica.

- E' curioso il percorso dello zucchero, Giuseppe, non trovi? Da grezzo che era, l’umanità ha lavorato tanto per definirlo “raffinato”, ed ora lo si preferisce nuovamente grezzo. Pensa se anche la vita…-

- Vero - concordò lui - si comincia liberi e puri, poi ci si lega in mille rapporti personali così raffinati da desiderare di essere di nuovo grezzi, ma liberi.

Veronique sorrise, pensando a come Giuseppe aveva usato la sua iniziale metafora, e fu colta da una strana tenerezza, soprattutto in considerazione dei loro ruoli e del momento.

-Lei ti ama?- domandò Veronique finito di bere il caffé.

Lui sorseggiò lentamente, quasi a prendere tempo o coraggio, infine posò la tazzina vuota e tornò a guardarla negli occhi.

-Non lo so, non credo neanche lo sappia. Non le ho mai detto nulla.

-Ti va di fare l’amore?- chiese lei alzandosi e lasciando che la vestaglia si aprisse svelando a lui una totale nudità.

-Si Veronique, voglio fare l’amore con te- rispose alzandosi e raggiungendola rapidamente. Le sue mani la percorsero, avide, preda di un desiderio che pareva esploso in quel preciso istante e in tutta la sua potenza. Lei reclinò il capo indietro, per offrirsi a lui, ad ogni suo volere. Lui invece le riportò avanti la testa per baciarla, lungamente, come solo un uomo che ama sa fare.

-Questo non era nei patti- disse lei sorridente e stupita.

-Neanche l’amore era nei patti, Veronique, eppure è successo- rispose lui abbracciandola. Lei si lasciò portare in braccio fino al letto, dove lui la depose e la spogliò per cospargerla di baci ovunque. Veronique si aprì a lui domandandosi quante altre donne avevano compreso, prima di lei, che aprire le gambe è molto più semplice che aprire il cuore. Anche se lo si fa per un assegno lasciato sul comodino.

Giuseppe l’assegno lo lasciò, prigioniero di se stesso e dalla sua viltà. Veronique si concesse un bagno caldo, e tra i profumi e i vapori pensò ancora a lui, per un po’. Poi uscì dall’acqua, si asciugò delicatamente la pelle morbida e rosata, e scelse abiti ed essenze per il Giuseppe seguente, che forse avrebbe scelto anche lui il terrazzo, ma che poi, comunque, avrebbe preteso il letto. Laura s’affacciò nella stanza per chiedere se potesse andare. Lei acconsentì, ringraziandola nuovamente.

-Quanto siete bella, signora mia- si lasciò sfuggire Laura guardandola con ammirazione.

-Tu credi?- rispose lei distrattamente – Seppure fosse vero, mia cara Laura, non è certo merito mio. La vera bellezza è negli occhi, l’unica cosa che non invecchia mai. Io la vedo nei tuoi, tu l’avrai sempre. Nei miei è scomparsa da tempo, ed è cosa che non troverò più, mai più.

-Negli occhi di una figlia- provò a dire Laura.

-Di cui io non sia la madre- rispose Veronique.

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