Nomi, luoghi, frammenti di storie
07/08/2006

Rose

 

Fermati! Lascia pure che il cuore palpiti e poi acceleri forsennato ma resta lì, ferma, immobile, il sedere a terra, le spalle al muro, le braccia strette a cingere le gambe, la testa ben nascosta tra le ginocchia. Lui è qui, da qualche parte, lo senti vero, Rose? Lo senti? Si, tu avverti chiara la sua presenza, ed i suoi passi lontani ti giungono nitidi adesso, un avvicinamento costante, minaccioso e inarrestabile. Tu però fermati lì, non muoverti, non parlare, non sollevare il capo. È così che ti vuole, Rose. Così. Rallenta il respiro ma non trattenerlo, altrimenti nutrirai l’ansia. Brava, così, ora non si vede neanche più il timido movimento delle spalle. Brava. Resta così Rose, resta così, e aspetta. Aspetta che arrivi il momento. Aspetta che arrivi. Aspetta.

 

----------------------------------------

 

Sta tremando adesso, Rose, di una paura lucida e ostinata, che scivola imprevista nell’eccitazione. Non sa spiegarne il motivo, Rose, non sa dire il perché di quel calore intenso tra le gambe, che si confonde con la morsa gelida che le prende il cuore a tenaglia e stringe forte, senza pietà. Non si muove però, Rose, non alza la testa, non guarda, non pensa. Ascolta solo, tesa e raccolta, l’orecchio attaccato a quei passi pesanti, uniformi, lugubri, sempre più vicini, sempre più grevi, sempre più carichi di oscuri presagi, d’immagini sfuocate, in bianco e nero, che raccontano di corde e di lividi intorno ai polsi, e di vaghe ipotesi di piacere, immerso e disciolto nel più intenso dei dolori. Ecco che quel rumore, arrivato tanto vicino da sembrarle interiore, improvvisamente cessa. Il silenzio scende, arrogante, ad accarezzarle i capelli, un silenzio che sembra gridare una pietà che esso stesso nega.

La mano che le sfiora il viso è calda, e lo sembra ancor di più, a contatto con le sue guance fredde. Un rumore secco, ed il moschettone scatta fulmineo, agganciandosi al collare di pelle che Rose indossa da sempre. È il primo gesto di possesso, il primo atto di appropriazione. Poi c’è il primo movimento, il primo tiro, che è dolce come un invito cortese, una gentile richiesta di alzarsi, per Rose, che però non si muove. Allora arriva lo strattone forte, carico d’ira, che tende la catena al limite e la scaraventa a terra, la faccia sul selciato e i capelli sparsi e disordinati come quelli di una bambola di pezza gettata via. Lo stivale che le schiaccia la mano precede di poco l’ordine di alzarsi, ma la voce maschile che lo pronuncia, per quanto dura, tradisce intarsi di un curioso concetto di amore. Un amore diverso, che solo a loro appartiene e che nessuno può comprendere, in cui nessuno può entrare o interferire.

Si alza Rose, e sebbene malferma per il troppo tempo trascorso rannicchiata a terra, non lascia sfuggire alle sue labbra nemmeno un gemito. Labbra rosse, carnose, labbra che sembrano pronte a dischiudere un Paradiso che ha rubato il meglio all’Inferno. Rose segue l’uomo senza alzare mai la testa, senza chiedere né indugiare. La catena ora è morbida, non forza più, anzi mostra una parabola dolce che quasi sfiora la strada, come se fossero entrambi d’accordo sul percorso da seguire.

Neanche giungere nella stanza dove lui la conduce invoglia Rose a sollevare il capo, neanche in quel momento apre gli occhi per vedere, per capire. E neppure quando la introduce nella gabbia preparata per lei, neppure quando chiude la porta lasciandola sola e imprigionata. Neanche allora si concede uno sguardo o una parola, Rose. Sembra troppo prigioniera del suo mondo perché un’altra gabbia faccia differenza. O paura. Come costruire un altro muro di cinta dentro una prigione. Non aggiunge ne toglie nulla, se sei prigioniera dentro.

Rose non si sente più prigioniera, e seppure lo fosse, non certo di quell’effimera gabbia. Lo è stata, piuttosto, un tempo non troppo lontano. Almeno fino a quando non ha spezzato le catene per accettarne altre, le sue. Poi lui torna e lei, docile, si lascia bendare, pure se non ce n’è bisogno. Lui le scosta i capelli per ammirare finalmente quel volto etereo, di purissima madreperla, pelle morbida e lucida, un pallore che non è frutto di paura o disagio, piuttosto simbolo d’infinita purezza. Con un dito segue il profilo del suo volto, ridisegnandola con tenera sensualità, finché giunge alle labbra e allora indugia, prima carezzandole, poi sfregandole con forza, come a volerle cancellare, infine forzando la serratura dei denti per andare giù, oltre la lingua e fino alla gola. Fino a far male.

Rose, il volto proteso verso l’alto, il collo piegato indietro, attende mansueta che tutto accada. Non c’è umiliazione, in lei, l’umiliazione l’ha vissuta nell’ipocrisia di negarsi a sé stessa, non ora, abbandonata finalmente ai suoi desideri. Rose questo lo sa, e lo accetta felice, come accetta sé stessa e il suo essere unica, preziosa e perversa. Ora lenzuolo su cui stendersi, ora feticcio da adorare. Una scia luminosa che taglia a metà un cielo fatto di notti interminabili e di menti buie, offuscate dai desideri repressi. È luce oggi, Rose, un raggio di pura vita.

Lui avvicina il sesso alle sue labbra e loro, fragili, si lasciano penetrare seguendo i dettami lucidi della sua voce e quelli taciti e impellenti della sua carne. Lui vibra estatico e lei lo asseconda, mentre il calore, giù, nell’intimo, si propaga rapido per tutto il corpo e accende luoghi segreti e appartati, come pure le guance esposte, che si colorano di un rosso sanguigno, fatto di desideri giunti a compimento e sul punto di essere saziati. Lei lascia che tutto accada ma non lo subisce, attendendo l’ultima stilla del suo piacere, bensì ne è artefice e beneficiaria. È terra fertile che si apre per ricevere la pioggia della vita. È la pianta che dona i suoi rami più saldi ad occhi appena accesi.

Quando infine lui se ne va, silenzioso così com’è arrivato, Rose resta lì, per terra, sdraiata su un fianco, lacera ma appagata, più di quanto avrebbe potuto lei stessa e il suo corpo. Scivola, dentro di lei, il sapore dolciastro dell’amore appena amato, e insieme il respiro lento e regolare di un’anima paga, limpida, che nulla può più nascondere a sé stessa. Lentamente si alza, con le labbra che disegnano un sorriso d’infinita dolcezza e a fatica si trascina, aggrappandosi alle sbarre, per raggiungere lo scomodo giaciglio che le è stato concesso per la notte. Da una sbarra all’altra raggiunge la porta, ed il peso del suo corpo, benché lieve, basta per aprirla. Perché la porta non è chiusa a chiave, e non ci sono lucchetti né catene. Osserva stupita quel varco, Rose, misurando idealmente lo spazio che la separa dalla libertà, e che niente e nessuno, ora, le ostacola. Le basta un attimo per capire, meno ancora per decidere, che è davvero la libertà ciò che vuole, la libertà ciò che invoca e pretende. Libertà di essere come realmente è, di viversi completamente e fino in fondo. Richiude la porta, Rose, e lentamente raggiunge il suo giaciglio. È lì che dormirà stanotte, Rose, aspettando che lui, l’amore, venga a svegliarla. Per amarla. E amarla. E amarla. Tutte le volte che ne avrà voglia.

by Tittynax | commenti (2)
Commenti
#1    15 Settembre 2006 - 20:47
 
molto profondo come scrivi.. ciò che scrivi..
penetra e si va a impigliare da qualche parte.. nell'anima
anche se certi amori vivono della loro stranezza e non tutti possono capirli.

Phx
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente asjetta

#2    19 Luglio 2007 - 17:03
 
Mi ricorda il racconto di Naif...Cmq brava
utente anonimo

Commenti
| commenti (2)(popup)
Link | categoria:1 - rose